venerdì 6 febbraio 2009

PALESTINA - PACE

Invito gli amici del dialogo interreligioso, i costruttori di pace, i fautori di giustizia e di bene, a ricordare che nei cuori dei musulmani la sofferenza palestinese è una ferita sempre aperta, un offesa antica e reiterata. Intendo dire che farsi carico di questa sofferenza è già una epressione di dialogo e di rispetto. Significa porre le basi di una pacificazione più vasta. Esprime l'andare oltre il dialogo formale e sterile.
Trovate il tempo, leggete qui sotto, per favore, quel che a noi italiani l'informazione ufficiale, non racconta, ma che i musulmani, gli stranieri in Italia vedono e ascoltano tutti i giorni da altre fonti. Ridurre una distanza, credo, significhi anche conoscere i sentimenti altrui.
Cordialmente, Elvio Arancio

Da www.infopal.it

VIAGGIO NELL'INFERNO DI GAZA
Scritto il 2009-02-05 in News
Di Angela Lano
L’Egitto ci ha concesso 4 giorni nella Striscia di Gaza. Dopo 48 ore di attesa al valico di Rafah e una quantità incredibile di documenti, dichiarazioni, remissioni di responsabilità da parte loro, da parte dell’ambasciata italiana, ecc., il 29 gennaio siamo finalmente entrati nella Striscia.
Mentre eravamo fermi davanti all'ufficio passaporti, abbiamo raccolto alcune testimonianze, pubblicate su Infopal il 29: DALLA STRISCIA, DOLORE E FIEREZZA
Informazione imbavagliata e manipolata
. Come giornalista ho sentito il dovere morale e professionale di andare a raccogliere le notizie "sul campo". Anche perché, in questo periodo storico, e su questo particolare contesto politico-geografico, è quanto mai necessario divulgare notizie corrette, veritiere.
Alcuni famosi, e altri meno, colleghi giornalisti dei grandi mainstream, in video e in carta, si sono recati nella Striscia, hanno constatato di persona il disastro umanitario creato dalle super-bombe di Israele, ma hanno ritenuto indispensabile, per la loro carriera e sopravvivenza professionale, raccontare un sacco di balle. Quelle che stanno intossicando da settimane il pensiero di quegli italiani che prestano ancora cieca fiducia ai mezzi di informazione e che credono che la colpa sia di Hamas, dei palestinesi, e non dello stato sionista che rifiuta di riconoscere ogni diritto o legge internazionale.
I nostri media raccontano fior di menzogne e distorcono le informazioni. Fanno a gara a chi riesce a censurare di più e a stravolgere la verità su ciò che è successo a Gaza. In questi giorni, addirittura, la Rai ha promosso un sondaggio basato sulla notizia, falsa, secondo cui Hamas avrebbe utilizzato i bambini come "scudi umani" (http://www.sondaggi.rai.it/index.php ). Questa manipolazione clamorosa è stata diffusa da un collega che ha preso per buona la propaganda israeliana. Sono notizie e "sondaggi" come questi che fanno accapponare la pelle a chi ha ancora un po' di dignità umana e professionale, e che danno la misura dell'indecenza morale ed etica in cui è sprofondato il nostro Paese.
Per fortuna il giornalismo NON è solo quello becero italiano: l'emittente qatariota al-Jazeera sta facendo un ottimo lavoro di informazione, permettendo al mondo di conoscere fatti e verità altrimenti nascoste dalla Israel Lobby e dai suoi ascari. Da questo sito http://cc.aljazeera.net/node si possono liberamente scaricare video sul genocidio di Gaza.
Anche negli Usa ci sono tv nazionali che trasmettono servizi obiettivi e non manipolati: http://mirumir. altervista. org/2009/ 02/la-pace- e-irraggiungibil e.html
Ebbene, dunque, per dovere di cronaca, per etica professionale - sì, perché esiste un codice deontologico anche nel giornalismo italiano, seppur si faccia fatica a crederlo -, ho deciso di recarmi nella Striscia di Gaza, approfittando di un breve periodo di "tregua" e di "apertura" del valico di Rafah. Uso le virgolette perché una tregua in cui vengono fatte vittime giornaliere non è veramente tale e un valico che si apre a singhiozzo e selettivamente e a discrezione degli umori dell'Egitto, non è realmente aperto.
Le responsabilità egiziane
Innanzitutto, è necessario ribadire che a soffocare la Striscia, dal sud, è l'Egitto, che chiude perennemente il valico di Rafah e permette l'ingresso con il contagocce e dopo ore, o giorni di attesa, a delegazioni di medici, giornalisti, ingegneri, volontari e a malati o feriti palestinesi.
Nei due giorni di attesa, abbiamo assistito a scene penose: famiglie di palestinesi che tentavano di rientrare nella Striscia, bloccate al valico. Ne ricordo una, russo-palestinese, residente a Gaza, con figli cresciuti lì - e uscita per alcune settimane, durante la guerra, grazie al ponte aereo russo -, che tentava disperatamente di rientrare a Gaza. Il padre, un giovane di Gaza, la madre, una russa ormai gazawi, tre figli palestinesi, che urlavano disperati e arrabbiati contro le guardie di frontiera egiziane. Ad un certo punto abbiamo temuto il peggio. Non sappiamo se la famigliola ha potuto far ritorno a casa o se è stata rimandata indietro non si sa dove. Al papà, palestinese di nascita e residenza, ma con cittadinanza russa - per via del matrimonio - i poliziotti egiziani chiedevano "il passaporto palestinese", che lui, ovviamente, non aveva.
Il governo del Cairo sembra che curi più gli interessi israeliani che quelli propri o arabi in generale. Si pensi solo al gas naturale che vende allo stato sionista per pochi spiccioli e che questi rivende a caro prezzo ai palestinesi....Basterebbe chiudere i rubinetti con Israele e aprirli con i palestinesi, per fare già qualcosa di rivoluzionario per la pace. Invece, no. I palestinesi, e chi si reca in Palestina, sono trattati a pesci in faccia e con sospetto, gli israeliani, invece, ricevono trattamenti privilegiati. Se questi sono i "fratelli", pensate un po' come devono essere gli "estranei" o i nemici...
In viaggio verso Gaza
Con me, viaggiavano Mohammad al-Abed e Daniele Parracino, "aiutanti sul campo" di Infopal, testimoni della distruzione compiuta dallo stato sionista, e volontari delle associazioni Abspp onlus e Api (associazione palestinesi in Italia).
Essi hanno portato carichi di aiuti umanitari - pacchi alimentari, kit scolastici, denaro - alla popolazione profondamente provata da due anni di feroce embargo e assedio e da 23 giorni di genocidio.
La maggior parte dei palestinesi della Striscia è infatti costretta a vivere di sussidi, di donazioni umanitarie, a causa dell’assedio israelo-internazionale che ha paralizzato le diverse attività produttive palestinesi.
Sì, perché in questo fazzoletto di terra, i palestinesi avevano creato industrie alimentari, di abbigliamento, cementifici, aziende per la lavorazione del ferro, ditte di edilizia, distese di serre per le produzioni agricole, allevamento di bestiame. Prima dell’embargo provocato dalla “scelta elettorale sbagliata”, cioè il voto in massa a Hamas, nella Striscia si lavorava, si produceva. Ora, invece, con le fabbriche polverizzate e quelle ferme a causa della mancanza di materie prime, e i campi divelti, imperversano disoccupazione e fame.
E’ la ricetta criminale di Israele per tentare di annientare un popolo.

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