Il dolore di Clemente, 12 anni dopo "Quel nome legato alla mia tragedia"
«OGNI volta è come liberarsi da un incubo. Anche questa volta, con l´arresto di Antonio Caiazzo. Un altro nome legato alla tragedia della mia famiglia».
È un poco più leggero il peso sul cuore di Lorenzo Clemente, vedovo di Silvia Ruotolo e oggi coordinatore regionale dell´Associazione familiari delle vittime di mafia. Sua moglie vittima e personaggio simbolo di quanto può essere feroce la camorra. Signor Clemente, la condanna per i responsabili della morte di sua moglie è stata confermata in Cassazione. E ora è stato arrestato uno dei protagonisti della faida del Vomero mentre è da poco tornato in libertà il boss Luigi Cimmino.«In queste circostanze la ferita si riapre, ma sento che è una rabbia positiva. Ci fanno augurare che non si ripetano certi eventi. Perché stiamo comunque parlando di mine che vengono disinnescate, soprattutto grazie all´impegno di tante persone. Lo stesso Caiazzo è stato arrestato proprio a seguito di fatti che mi hanno colpito. E si sa che il clan di Luigi Cimmino è oramai finito».Caiazzo aveva tentato, nel �90, di uccidere Privato, poi protagonista della sparatoria di salita Arenella. Ha mai pensato a uno scenario diverso se Privato fosse stato effettivamente ucciso?«No. Perché in quegli anni c´era una realtà radicata di camorra. E anche se Privato fosse stato ammazzato prima della sparatoria di salita Arenella non sarebbe cambiato niente. Erano anni tremendi, in cui i clan si muovevano liberamente. Ci sarebbe stato qualcun altro al posto suo. La presenza di figure come quelle in città non si sa cosa possono determinare, per esempio il racket ai lavori della metropolitana».A dodici anni di distanza, come descriverebbe quella camorra?«Quella famosa giornata dell´11 giugno 1997 in cui mia moglie venne uccisa era la quattordicesima volta che un gruppo criminale si muoveva per mettere a segno un agguato contro il clan Cimmino-Caiazzo. Le altre tredici volte si trattò di agguati tentati nei due mesi precedenti e sempre falliti. Un gruppo partiva e arrivava al Vomero, cercava di colpire. Questa era la realtà, il contesto al Vomero. Quello che poi successe l´11 giugno avrebbe potuto accadere atre volte».Intende dire che si sarebbe potuto evitare l´11 giugno se si fosse intervenuti prima?«È difficile da dire. Ma è certo che dopo l´11 giugno in molti hanno dato il massimo. La gente ha dimenticato, ma io ho vivo il ricordo dei magistrati dell´Antimafia davanti al cadavere di mia moglie (Luigi Gay e Carlo Visconti, ndr). Mi dissero: Li prenderemo tutti. E quando ci incontriamo ricordiamo quel momento. Diedero tutti il massimo, a cominciare dal questore Arnaldo La Barbera. Sono cose queste che non si dimenticano. Così come questi arresti ti liberano di una presenza negativa ma non possono ripagarti di quanto accaduto».I suoi figli hanno saputo dell´arresto di Caiazzo?«Sì, e ogni volta per loro è una battaglia vinta. Crescono bene, portano avanti la rielaborazione della perdita con un atteggiamento positivo. Ma ancora oggi ogni notizia che riconduce a quanto è successo li coinvolge in prima persona. Per quanto mi riguarda faccio il possibile perché quello che è successo a me non si ripeta ad altri».In qualità di coordinatore regionale dell´Associazione familiari vittime della mafia?«Sì, ma anche con la fondazione "Silvia Ruotolo"».Ha ottenuto il risarcimento?«Non ancora. A Napoli si tratta della prima richiesta in sede civile. La legge finanziaria non ha ancora alimentato il fondo per un problema di cassa. Parte di queste somme verranno inserite nella fondazione che ha lo scopo di lavorare nell´infanzia a rischio. È l´unico settore in cui vale la pena investire: levare ragazzi alla camorra».
mercoledì 28 gennaio 2009
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Una pagina triste per tutti.
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